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I grandi scrittori erano foodies e recensivano ristoranti

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I grandi scrittori erano foodies e recensivano ristoranti

Non ci siamo inventati niente, in fin dei conti. I nuovi foodies e i vecchi amanti del gourmet esistevano già ai tempi di Dino Buzzati, Leonardo Sciascia e Aldo Palazzeschi, solo che non sapevano di esserlo. Non ci credete?

Questi quaderni di Henry Beyle vi faranno riscoprire un mondo legato alla cucina che vi sorprenderà.

QUADERNI DI CUCINA DI HENRY BEYLE

Piccoli e perfetti come lettura da spiaggia, i Quaderni di Cucina di Henry Beyle - a proposito, lo sapevate che Henry Beyle era il vero nome di Stendhal? - sono una vera chicca per foodies. Si tratta di piccole chicche da biblioteca, che raccontano il cibo dal punto di vista degli scrittori che hanno reso grande la letteratura italiana con ricette, ricordi gastronomici e recensioni impietose. Ce n'è per tutti i gusti: si va da Sarde e altre cose allo zolfo di Leonardo Sciascia a Che cosa mangiano i poeti di Massimo Bontempelli

COME SI MANGIA A MILANO DI DINO BUZZATI

Sappiamo che oggi a Milano si mangia divinamente. Ma com'era la situazione nei primi anni Sessanta? Quali erano i ristoranti migliori e com'è cambiata la geografia del cibo a Milano? Ci viene in aiuto Dino Buzzati.

Autore de Il deserto dei Tartari stronca la ristorazione milanese senza mezzi termini. In altre parole, a Milano si mangiava male.

Il quaderno di Henry Beyle edizioni un tempo era parte del volume Lo stivale allo spiedo. Viaggio attraverso la cucina italiana, pubblicato nel 1961: un volume a più voci che raccoglieva il meglio della ristorazione italiana del tempo con quello che oggi andrebbe in una Guida Michelin, per intenderci. Pare però che Buzzati non fosse molto amante di quella meneghina, che dalla sua analisi ne esce decisamente malconcia. Non ci mette la faccia, ma erge a giudici della recensione il "Consiglio segreto della Cucina Italiana", ovviamente di finzione, in cui spiccano due figure, tale Massimo Alberini "storico della cucina e del circo equestre" e Vincenzo Bonassisi "giornalista e taste-vin della Langue d'Oc".  

Ad essere condannato in primis è il risotto alla milanese.

Un'assurdità, direte voi. Buzzati sosteneva che il risotto giallo non fosse adatto a stare nei ristoranti, perché non se ne possono preparare più porzioni e sperare che non diventi colla. Nemmeno il vino sopravvive, distrutto dai vari "chiarini" e "chiaretti" che di vino hanno ben poco. Altro tasto dolente della cucina di Milano, il pane: Buzzati non era grande amante dei "panini al burro e all'olio" che, insieme alle "minuscole e dolciastre brioches" avevano preso il posto della panetteria d'antan, perché si credeva già allora "che il pane non faccia fine" e che sia "di bassa estrazione".

E che dire dell'aumento dei coperti non appena il ristorante diventava famoso e del conseguente peggioramento del servizio? Condannati anche quelli.

Non possiamo non sorridere, soprattutto se pensiamo che questo quaderno di cucina è così attuale che forse andrebbe riletto più e più volte ancora oggi.  

SARDE E ALTRE COSE ALLO ZOLFO DI LEONARDO SCIASCIA

In un'epoca di cottura sous-vide, al vapore, al vetro e al vitriolo, conosciamo anche quella allo zolfo, cara allo scrittore siculo. Leonardo Sciascia, che non scriveva di cucina, ma che di cucina era un grande amante, apprezzava molto le sarde allo zolfo, ottenute immergendo per pochi minuti le sarde nello zolfo liquido. Racconta infatti in questo meraviglioso taccuino, di come gli zolfatari fossero soliti immergere alcuni cibi nello zolfo liquido, soprattutto la sarda. Questa avrebbe poi fatto una crosta di zolfo, che, una volta, tolta, avrebbe rivelato la sarda ben cotta. Tra i consigli culinari di Sciascia, il cous cous dolce e la difficoltà di preparare l'arancina. Esilarante quasi l'aneddoto che racconta Ferdinando Scianna a proposito di una cena comune a Parigi in cui sarebbe stato preparato proprio in onore dello scrittore siciliano il famoso coniglio della civetta, quello descritto nel suo capolavoro il Giorno della civetta. Che però pare che Sciascia non amasse particolarmente, anzi, addirittura lo odiasse. 

CHE COSA MANGIANO I POETI DI MASSIMO BONTEMPELLI

Se invece siete degli aspiranti poeti e vi piace tenervi in forma, questo taccuino di Massimo Bontempelli è molto divertente. Sempre per le edizioni Henry Beyle, Bontempelli descrive la dieta del poeta lirico. "Il poeta lirico, o poeta pur che dir si voglia, si nutre esclusivamente di insalata, frutta crude, e la domenica il formaggio. Il poeta impuro, cioè il romanziere, può anche mangiare cose cotte, pur che le faccia cuocere da sé". I tempi di cottura? Semplice. Basta che recitiate il noto sonetto "Tanto gentile e tanto onesta pare (...) senza rallentare né affrettare, tre volte".

IL POLLO AL DIAVOLO DI ALDO PALAZZESCHI 

Anche Aldo Palazzeschi si è cimentato con la cucina. Il quaderno di Henry Beyle edizioni è nato in realtà da un invito di Curzio Malaparte - altro grande intellettuale italiano e proprietario di quella villa meravigliosa che è a Capri - a scrivere poche cartelle per la rivista Prospettive. Il testo di Palazzeschi è stato poi raccolto con il titolo "Il pollo al diavolo" in "Ieri, oggi e...non domani" nel 1967. Perché proprio al diavolo? Perché nel racconto il diavolo sembra essere impersonato dal cuoco che non transige sui tempi di cottura del pollo, "giacché il pollo al diavolo è di lentissima cottura, quaranta minuti almeno e guai ad affrettarla, lo avreste sbruciacchiato alla superficie e crudo internamente...". 

Per scoprirne di più, leggi qui.

 

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