Perché si cucina di più nei momenti difficili? La risposta allo psicologo

18 Marzo, 2020

Ma come si spiega questo istinto che porta a cucinare in tempi di crisi?

Marc Luxen, psicologo e autore di The Cook, The Diner and The Mind, The Psychology in the Kitchen e at Table, spiega che questo ha molto a che vedere con il controllo: "Nei momenti stressanti le persone sentono il bisogno di prendere il controllo della situazione", commenta il dottor Luxen al telefono dalla Thailandia. "Se sei bloccato a casa e non puoi uscire, non c'è molto da fare. Puoi fare le pulizie per un po', ma l'unica cosa che davvero riesce a farti sentire di avere in pugno la situazione è cucinare per te e per la tua famiglia".

"Cucinare è qualcosa che si può davvero controllare da soli e che ti dà una sorta di sollievo psicologico. Questa è una delle ragioni principali", spiega ancora Marc Luxen.

Ha senso, del resto la situazione legata alla diffusione del Coronavirus è davvero poco prevedibile  e controllabile. L'unica cosa da fare è rimanere chiusi in casa e lo stiamo facendo tutti al meglio delle nostre possibilità.

Per me la cucina è sempre stata una costrizione, ma ora sento più che un forte richiamo: sono quasi ossessionato da quel che cucinerò, da come posso ridurre al minimo gli sprechi e avere un'alimentazione sana ed equilibrata.

Per quanto determinati a mantenere la calma, c'è una grande paura dell'ignoto, come un ronzio di sottofondo che non può essere ignorato e che di tanto in tanto si manifesta.

Senza la possibilità di uscire di casa, Internet e i social media diventano la vostra principale fonte di informazione. Con così tante opinioni e purtroppo anche tanta disinformazione, è facile sentirsi sopraffatti. Così come è importante nutrire la nostra mente di cose belle e positive, altrettanto serve al corpo: cucinare è un rimedio agli effetti del notiziario 24 ore su 24.

"Cucinare è qualcosa che ci rende silenziosi", aggiunge Luxen: "Dà pace alla mente. Ti senti rassicurato in cucina. Suona new-age, ma l'atto di cucinare è un atto di connessione con te stesso. È come camminare: se si inizia a camminare, si inizia a pensare, elaborare e la mente inizia a calmarsi, è lo stesso con la cottura".

"È una psicologia evolutiva molto profonda, molto simile ai contatti umani. Ci dev'essere qualcosa di essenziale nel nostro cervello che ci fa provare piacere nel cucinare: proprio come tutti amano il fuoco, ne sono attratti, lo guardano e si sentono affascinati dalle fiamme".

Cucinare è rassicurante e il tipo di ricette che sto preparando in queste settimane di isolamento sono molto facili. Non è il momento di sperimentare tecniche complicate a cui non sono abituato. Non voglio sperimentare il fallimento in cucina, in questo momento. Voglio solo del cibo caldo, delizioso e confortante.

"Certo, il cibo è legato al controllo, ma è anche confortante", dice Luxen. "Il cibo è uno dei migliori consolatori della vita e questo è particolarmente vero in Italia, con la pasta della mamma e così via."

La classica cucina italiana è ciò a cui gli italiani tornano più volte. Le ricette collaudate, il cibo con cui sono cresciuti, cucinato dalle loro nonne e madri. C'è una salubrità e un nutrimento nell'idea di cucinare e mangiare quello che la gente faceva in tempi molto più difficili. La tradizione gastronomica italiana si basa su piatti che sono stati cucinati in tempi di pace e di guerra, li ha nutriti attraverso tempi molto più difficili, può nutrire noi ora.

"Penso che sarebbe davvero interessante vedere alcune differenze culturali tra i diversi paesi che stanno affrontando il Coronavirus, ciò che va esaurito prima nei supermercati", dice Luxen e aggiunge: "Solo per generalizzare un po', è possibile che gli olandesi, gli irlandesi o gli inglesi non correranno in cucina ad alleviare lo stress, ma di sicuro lo stanno facendo gli italiani e i francesi".

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